Lettera inviata da Stellacometa
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Guerra: abbiamo letto tante volte questa parola sui libri di testo di storia.

La fantasia di noi bambini a quel tempo cominciava a correre…..ed eravamo sempre dalla parte dei vincitori, da bambini, perché essere vincitori voleva dire essere i più forti, i primi.

Abbiamo visto film sulla guerra: film storici nei quali la guerra era la protagonista, fatti per ricordare, altri invece in cui la guerra appariva solo come back ground, una splendida storia d’amore o una simpatica storia d’amicizia.

Noi abbiamo solo sentito parlare di guerra, quella mondiale, dai nostri nonni: lo sfollamento, la paura, gli allarmi aerei, i palazzi sventrati, il terrore, le risa dei ragazzi che non si rendevano conto, le mamme che si adiravano.

Per ricordare.

E abbiamo tentato di crescere i nostri figli all’insegna del riparo dalla guerra, lanciando semi di tolleranza, semi di libertà, semi di comprensione.

E ora invece…

Ciao a tutti gli elbasuniani e non.

Cosa non è stato detto in questi giorni sulla tragicità di ciò che è accaduto l'undici settembre? E’ stato detta ogni parola, è stata mostrata ogni immagine, è stato espresso ogni giudizio, è stato pensato ogni pensiero.

E se pesa già il dolore immane per la perdita di tutte quelle persone che non ci sono più, il peso della paura si fa insostenibile se il pensiero si allunga sulle conseguenze della tragedia.

Voglio dire, cioè, che le migliaia di persone morte l’undici settembre pesano sul nostro cuore.

Ci addolora il fatto di averle perse.

Erano esseri umani, persone.

Erano persone che ricoprivano comunque dei ruoli nella loro attività sociale.

Il dolore si fa più profondo.

Si pensa che erano impiegati, comuni e non, persone che stavano facendo il loro lavoro.

E un altro pensiero va per esempio alla validità di ognuna di quelle persone sul lavoro, al sacrificio, finanziario e temporale, che ognuno di loro aveva speso per essere un valido operatore, al materiale umano preparato che abbiamo perso quel giorno.

Chi ci ridarà tutto questo? Quanto tempo occorrerà per ritrovare persone capaci come quelle?

Si pensa che erano padri.

E un altro pensiero va a quei figli, a quelle mogli, a quei mariti, a quelle famiglie spezzate.

Si pensa che erano probabilmente dediti ad altre attività sociali.

E un altro pensiero va ai loro compagni e a tutti quelli che vivevano con loro esperienze comuni della vita.

Della nostra vita.

Che adesso sembra acquistare un altro senso.

Che adesso guardiamo da un altro punto di vista.

Ci soffermiamo su ogni momento della nostra vita che potrebbe cambiare da un momento all’altro.

Ma il nostro pensiero non può fare a meno di correre anche verso l’ Afghanistan, dove l’illiberalità esiste ormai da tempo. Dove nessuno può esprimere, il proprio pensiero, anzi, di più: il proprio sentire.

Intendo, con il ‘sentire’, l’intelligente espressione del proprio vivere, nella percezione esatta della propria persona appartenente ad un contesto sociale, che si manifesta nella pura libertà di atti e pensieri che si verificano con altri atti e pensieri, diversi, dando vita al confronto, al pensiero plurilaterale e, alla fine, ad una scelta di vita.

Delle donne afgane poco se ne è sempre saputo.

Noi, poveri superficiali, appartenenti al mondo che naviga, forse ne abbiamo saputo un po’ di più.
Da quando i Talibani hanno preso il potere nel 1996, le donne hanno dovuto portare il burqua e sono state picchiate e lapidate in pubblico perché non portavano gli abiti dovuti, anche se questo significava semplicemente non coprire gli occhi nella maniera dovuta. La condizione femminile ha superato i livelli del rispetto del vivere civile. L'espressione "violazioni dei diritti umani" è adeguata a descrivere la realtà.

Non si tratta della loro tradizione o "culture", ma di qualcosa di estraneo, ed è estremo anche per quelle culture dove il fondamentalismo è la regola. Chiunque ha il diritto ad una vita umanamente tollerabile, anche se donna in un paese musulmano.

E allora il pensiero va verso i bambini di quelle donne, depresse, annullate dal potere degli uomini e delle folle.

Dove sono finiti i nostri semi di civiltà, di tolleranza, di libertà?

Stellacometa


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